“Cape fresche” in agosto

di Guido Vigorita

La allegra sequela di male parole in vernacolo napoletano che viene fuori dall’altoparlante del telefono in vivavoce si diffonde in quell’ufficio, dandogli improvvisamente colore.

Grazie a quella “singolar tenzone” che ormai da qualche giorno vedeva contrapposto il suo collega Francesco a Salvatore, una maschera di un cinema porno di Napoli, lui aveva scoperto la musicalità di quel dialetto, oltre ad avere avuto ulteriore conferma della fantasia di quel popolo. E sì, perché lui, nato e cresciuto a Torino e trasferito da un anno e mezzo presso la sede di Napoli, di quel dialetto non riusciva ad afferrarne altro che la musicalità.

Il suo collega Francesco però, mentre appuntava sul foglio le male parole con cui avrebbe dovuto sostenere la sua sfida quotidiana, ogni tanto gli si rivolgeva in modo bonario per svelargli l’arcano significato nascosto in quei termini a lui incomprensibili. E lo faceva con il tono di sussiego che si può avere verso chi ha avuto natali meno fortunati, ma con tutta la serietà e la competenza che lo contraddistinguevano.

“Vedi, Anto’, se tu a uno gli dici che è un cesso è, sì, un’offesa ma a suo modo è…come dire… banale, quasi insipida. E poi il cesso ha una sua funzione importante. Se invece gli dici che è ‘na scard ‘e cess …ossia, una scheggia di un cesso e magari, se vuoi rafforzare, ci aggiungi che il cesso in questione è pure pieno di merda, allora sì che lo stai offendendo davvero! Giusto?”, gli aveva chiesto il giorno prima guardandolo di sbieco da dietro quei grandi occhiali mentre ragionava tra sé e sé sulla migliore collocazione di quella mala parola nella sequenza che stava preparando per Salvatore, affinchè la stessa avesse il giusto crescendo.

“Ecco, e poi qui ci mettiamo un ”tieni chiù corna tu ca nu panaro e maruzze!”… vedi, anche qui – aveva proseguito sempre più serio, come se stesse tenendo una lezione all’università – tu puoi banalmente dire a uno che è cornuto. Ma sarebbe un’offesa relativa…si è cornuti anche per un’unica sbandata della moglie in cinquanta anni di matrimonio; se invece gli dici che ha più corna di quante ce ne sono in un cesto pieno di lumache, allora l’offesa ha un senso preciso. E poi ha un’altra musicalità” aveva commentato convinto, prima di ripetere di nuovo quell’offesa, accompagnandola questa volta con un ampio gesto del braccio e l’aria soddisfatta di chi sta declamando versi sublimi.

Era ormai da oltre dieci giorni che andava avanti quella storia, in quel caldo mese di agosto. Era capitato che lui, Francesco ed altri due colleghi, Franco e Florindo, per ragioni diverse non avevano preso ferie e così, per ingannare il tempo, avevano iniziato a fare scherzi telefonici.

Francesco aveva un’ironia fulminante, capace di coniugare l’aplomb britannico con la genialità napoletana; Franco era invece uno che faceva dell’allegria pazzoide e chiassosa il suo tratto distintivo. Il primo sempre compassato ed imperturbabile, tanto da aver meritato il nomignolo di marchese; il secondo invece sempre su di giri, con quei baffoni che sembravano gridare al mondo la sua sfrontatezza. Messi insieme, erano capaci di fomentarsi l’uno con l’altro: e così, in quei pochi giorni, lui aveva visto e sentito di tutto. La prima telefonata era stata proprio per Salvatore, anche se allora ne ignoravano il nome. L’idea era venuta a Franco che, in quel vuoto pneumatico che era l’attività di quei primi giorni di agosto, aveva detto:

“Uagliu’, telefoniamo al Casanova e chiediamo che cosa si vede di bello oggi”.

Il Casanova era un cinema che trasmetteva solo film pornografici, a qualsiasi ora del giorno; si trovava in zona ferrovia, non lontano dal centro direzionale dove loro lavoravano.

La telefonata l’aveva fatta Francesco. C’erano voluti pochi minuti prima che le sue domande prendessero una direzione tale da rendere palese la presa in giro; a quel punto la reazione dall’altro lato della cornetta era stata immediata e imprevista: una gragnuola di parolacce in napoletano verace, gettate lì tutte d’un fiato e senza alcuna ripetizione. Francesco era rimasto felicemente annichilito, senza alcuna possibilità di replica. Una volta agganciato, aveva sorriso soddisfatto prima di rivolgersi verso di loro e commentare:

“Benissimo, abbiamo trovato un vero professionista”. E poi, rivolto a Franco:

“Frà, mò ci tocca lavorare però”.

La serietà dell’invito era stata tale che Antonio aveva pensato a qualche urgenza sopravvenuta in ufficio di cui non fosse stato messo al corrente. Franco invece non aveva avuto alcun dubbio e subito aveva risposto:

“Sì, Francè, dovrei avere da qualche parte un vocabolario di napoletano dove ci sono pure le male parole. Vedo di trovarlo e … o’ facimm nuovo nuovo ‘a prossima vota!”, aveva concluso ridendo soddisfatto sotto quei baffoni un po’ ingrigiti.

E così, da allora, si preparavano con estrema cura alla telefonata con Salvatore. A lui ricordavano un po’ Rocky e il suo allenatore: il primo, cioè Rocky-Francesco, accorto e concentrato; il secondo, cioè l’allenatore Franco, caciarone e meno professionale. Erano sempre loro a dare il via alle danze telefonando al cinema per iniziare quella allegra sfida. Sì, allegra, perché già dalla terza telefonata Francesco e Salvatore avevano in qualche modo stretto un rapporto, come duellanti di altri tempi, e alternavano scampoli di conversazione inerenti la loro vita a quei giochi pirotecnici di male parole, cui di solito l’uno o l’altro dava il via all’improvviso con un:

“Jamme, Salvatò, jamme…” oppure “jamme, Francè, jamme…”.  

Mentre Francesco sta concludendo la telefonata con Salvatore augurandogli come al solito qualcosa di incomprensibile e forse di irripetibile; Antonio esce dalla stanza e va nel suo ufficio, per sistemare le cose negli scatoloni in vista del suo definitivo rientro a Milano dal primo settembre. Sta riponendo in una scatola alcuni fascicoli, quando gli viene in mente il film “Benvenuti al sud”: anche lui, come il protagonista di quel film, avverte un senso di malinconia profonda all’idea di lasciare quella città. E anche lui, come il personaggio interpretato da Bisio, si era dovuto ricredere rispetto ad alcuni pregiudizi con cui era arrivato; aveva ad esempio trovato nei suoi colleghi un attaccamento al lavoro e una professionalità di certo non inferiori a quelli cui era stato abituato a Torino o a Milano. La migliore espressione di ciò era Florindo che, anche in quelle giornate di quel caldo e tranquillo mese di agosto, aveva recuperato vecchie pratiche per riordinarle con criteri più funzionali e manteneva un’assoluta concentrazione sul lavoro anche durante i loro scherzi telefonici, limitandosi di tanto in tanto a inarcare, perplesso, un sopracciglio. Gli viene da sorridere a pensare all’altro ieri quando Franco, in uno dei suoi frequenti raptus goliardici, si era avvicinato alla postazione di Florindo e aveva digitato il numero telefonico di un borioso collega, prima di dirgli:

“Vai Florì, na bella pernacchia!”.

E Florindo, con i suoi pochi capelli grigi e quegli occhi intelligenti e stanchi, aveva staccato solo un attimo lo sguardo da quelle carte che stava riordinando, aveva sfilato gli occhiali e, rivolgendo un’occhiata un po’ spazientita verso Franco, come potrebbe farsi verso un figlio un po’ discolo, aveva preso la cornetta del telefono e si era prodotto in una pernacchia magistrale, che a lui aveva ricordato quella famosa di Edoardo De Filippo nel film “L’oro di Napoli”: secca, lunga, nitida. Semplicemente perfetta! Poi Florindo aveva chiuso la comunicazione telefonica, continuando a lavorare come se quella pernacchia altro non fosse stata che una delle tante pratiche da evadere nel miglior modo possibile.

E lui, torinese un po’ misantropo, mentre osservava Florindo che, imperturbabile, riagganciava la cornetta, aveva pensato che una cosa del genere non avrebbe certo potuto vederla a Milano o a Torino.

Si siede dietro la sua scrivania e mentre gli vien da sorridere sentendo Franco che rivolge nel suo modo fragoroso le congratulazioni a Francesco per essere stato finalmente all’altezza dell’ormai mitico Salvatore in quel duello tra giganti del turpiloquio, torna con la memoria ad un anno e mezzo prima, quando per la prima volta aveva messo piede in quella città. Era un’uggiosa mattinata di febbraio e, sceso dal treno, era andato a piedi verso il centro direzionale. Il primo impatto con la città non era stato entusiasmante: Piazza Garibaldi, con il suo bailamme multicolore, e Corso Meridionale, con i suoi palazzi un po’ scrostati, non lo avevano certo entusiasmato. E poi anche i colleghi, in un primo momento, non si erano mostrati molto accoglienti, almeno alcuni. Forse, pensava ora, per la diffidenza ancestrale che i napoletani hanno verso le persone che vengono dal nord, e da Torino in particolare. Quella diffidenza era però andata scemando quando aveva dichiarato di tifare per il Torino e non per la Juventus. Non avrebbe mai immaginato che in una città l’amore per una squadra di calcio, e l’odio per un’altra, potesse essere così diffuso da coinvolgere anche amabili e attempate signore o apparentemente compassati colleghi, capaci di mantenere un atteggiamento impassibile anche nelle più feroci riunioni di lavoro, salvo poi infervorarsi quando parlavano del loro Napoli o della Juve.

In pochi giorni era comunque riuscito ad ambientarsi. La città la viveva poco, visto che il fine settimana pendolava e gli altri giorni restava in ufficio fino a tardi, come facevano in tanti. Nonostante ciò, pensava però di conoscere ormai bene l’indole napoletana, soprattutto grazie ai colleghi. Lì, a differenza di quanto gli era capitato a Milano, e in parte a Torino, erano tutti quasi autoctoni.

E quello strano mese di agosto, gli aveva consentito di conoscere, forse meglio di quanto fosse riuscito a fare in più di un anno, le tante sfaccettature della gente di Napoli. Franco, Francesco e Gennaro avevano fatto almeno una decina di telefonate al giorno e lui, osservatore divertito, aveva trovato in quelle telefonate un’umanità, o forse un approccio alla vita, che credeva fosse invece solo frutto di creazione letteraria o artistica. E invece no: quel modo di essere dei suoi colleghi, quelle conversazioni che in alcuni tratti gli apparivano surreali, quell’ironia malinconica, quel fatalismo mai rassegnato, li aveva toccati con mano in quelle telefonate. Certo, c’erano state anche quelle chiuse male ma nulla potevano rispetto alla galleria di personaggi con cui avevano avuto a che fare in quei giorni. Salvatore, la maschera del cinema porno, non era stato certo l’unico. C’era la duchessa Paglione, un’ottuagenaria nobildonna decaduta, come avevano scoperto in seguito, che aveva messo un’inserzione per affittare un appartamento del suo palazzo, al piano superiore a quello dove lei viveva. Quando Francesco le aveva telefonato, fingendosi un dirigente di un’importante azienda, e le aveva dichiarato il suo interesse per l’appartamento precisandole però di avere il vizio di sniffare cocaina e di fare festini a luci rosse, la duchessa non si era affatto scomposta e, anzi, aveva cominciato a disinteressarsi dell’affitto e a interessarsi invece al problema di quell’uomo. Aveva detto a Francesco:

“No, dottò, lasciate stare quella schifezza di droga. Io mica dico che non dovete fare le vostre cose con le donnine allegre. Ma senza rovinarvi la salute. Che so io, fatene venire magari non più di due al giorno”. E poi, seriamente interessata, aggiungeva:

“Ce la fate con due, senza quella schifezza?”.

Francesco era riuscito a mantenere il suo aplomb mentre Franco, che al pari di tutti gli altri ascoltava in vivavoce, gesticolava come un matto per manifestare tutto il suo entusiasmo per la duchessa Paglione. Da quel giorno anche la duchessa entrò a far parte del giro quotidiano delle telefonate, dispensando a Francesco utili consigli per far fronte nel modo migliore alle sue perversioni. E lo faceva sempre senza dare alla conversazione alcuna connotazione etica ma con un tono che appariva di sincero interesse verso quell’uomo che doveva apparirle bisognevole di aiuto. Chissà, pensava lui, forse era solo una donna anziana che voleva spezzare la sua solitudine. O forse, come aveva commentato Florindo quando lui gli aveva chiesto cosa ne pensasse, i napoletani anziani erano il massimo della saggezza, e di rado giudicavano, mentre quelli giovani – aveva concluso Florindo come se pensasse a qualcosa o qualcuno in particolare – “spesso teneno ‘a capa sulo pe’ spartere ‘e’ rrecchie!”, a voler dire che la loro testa altra funzione non aveva se non quella di tener divise le orecchie.

E poi c’era stata donna Carmela, l’amabile signora che non si era tirata indietro quando un tal don Francesco le aveva telefonato per presentarsi come nuovo parroco del suo quartiere chiedendole di ospitarlo a pranzo per un paio di domeniche per approfondire così la conoscenza dei suoi nuovi parrocchiani. La signora Carmela non aveva trovato nulla da obiettare, anzi si era dichiarata contenta dell’iniziativa. Solo quando don Francesco, simulando una cadenza romana, aveva chiesto che gli venissero preparati i bucatini alla carbonara e la coda alla vaccinara, Carmela aveva avuto una leggera esitazione, prima di rispondere decisa:

“Eh no!…come avete detto che vi chiamate?… ah, don Francesco. Sentite a me, don Francè, voi mò state a Napoli e qui dovete mangiare napoletano! Io vi posso fare un bel ragù o una bella genovese ma che dovete fare co sta carbonara! E poi c’ avite mangià … sta coda…scusate, me se io vi faccio una bella parmigiana di melanzane non è meglio?”. E così, da quel giorno, erano iniziate le lunghe telefonate con donna Carmela in vista di quei pranzi domenicali che mai ci sarebbero stati. E si parlava di tutto: dei problemi che aveva con il marito, di quello che avrebbe potuto cucinare per il pranzo domenicale o anche delle persone che avrebbero potuto parteciparvi, con Francesco che a ogni telefonata aggiungeva un fratello o un parrocchiano bisognoso. E la signora che non si scomponeva mai, commentando semplicemente:

“E va bè, aggiungiamo un altro coperto a tavola, che problema c’è?”.

Lui a un certo punto aveva pensato che Carmela avesse subodorato lo scherzo ma che facesse finta di niente perché si era ormai affezionata a quelle chiacchierate con don Francesco.

E così in quel mese di agosto credeva di aver davvero compreso un po’ di più sul cd. “spirito partenopeo” e sperava anche di farne proprio qualche tratto: magari quella sorta di malinconia dissacrante, che aveva sentito in molte battute e letto in tanti sguardi: o anche quella intelligenza viva e diffidente, atavico retaggio forse di secoli di varie dominazioni. Certo non sarebbe mai riuscito a portare con sé la “capa fresca”, di cui Franco era il più alto esempio. Gli aveva visto fare di tutto a Franco: mettere all’improvviso, durante una riunione con due dirigenti aziendali, un fallo saltellante sul tavolo a voler così prosaicamente indicare quella che avrebbe dovuto essere la loro risposta se fosse arrivata una certa richiesta da un loro interlocutore aziendale; o anche telefonare tutte le mattine, appena arrivato in ufficio, ad un suo collega “addurmuto”, come lo definiva lui, avvicinando la cornetta all’altoparlante del computer per offrirgli il “servizio sveglia”, ossia la carica della cavalleria a tutto volume; o il servizio che lui chiamava “acala ‘e scelle”, ossia abbassa le penne, che altro non era se non una pernacchia professionale, che propinava a mo’ di medicina una o due volte al giorno, a seconda della gravità del caso, a quelli che peccavano di superbia o vanità; spesso il servizio veniva svolto in tandem con Florindo, mai entusiasta per la verità del coinvolgimento: iniziava Franco che telefonava al malcapitato chiedendogli conferma della sua identità e del suo ruolo, che non mancava di enfatizzare…”è lei il dr. Tal dei tali, il capo di tutto il settore di quella regione?…” e alla risposta affermativa, passava subito la cornetta a Florindo che si limitava, con la sua solita professionalità, ad eseguire alla perfezione la pernacchia, per poi riprendere subito il suo lavoro.

E’ venerdì 29 agosto, ultimo giorno in quegli uffici; immaginando che sarebbe stata una giornata lunga, ha prenotato il vagone letto con partenza per Milano alle 22.05. Ora è tardo pomeriggio e parecchi colleghi sono già passati a salutarlo; sono rimasti però tutti quelli della sua struttura: Francesco, Franco, Florindo, Gennaro e Sandro. E’ Franco che bussa e gli dice, con quella sua aria canzonatoria:

“Antò, abbiamo bisogno per un’ultima volta del tuo acume; puoi venire nel nostro ufficio?”.

Quando entra, viene accolto dai colleghi che intonano una canzone napoletana. La commozione che lo prende all’improvviso, aggiunta alla sua scarsa conoscenza di quel dialetto, gli consentono di cogliere davvero poco di quelle parole mentre i suoi occhi vagano su quei volti ai quali si sente legato come mai avrebbe immaginato quando era arrivato. E’ il solito Franco che, finita la canzoncina, interviene per dire, con il suo tono di voce sempre qualche decibel sopra la media:

“Uè, uagliu’, ce l’ho io una sorpresa vera per Antonio. Aspettate un attimo”, ed esce senza che nessuno faccia in tempo a chiedergli nulla. Dopo pochi minuti entra con un uomo piccolino, sulla quarantina, capelli nerissimi e naso bitorzoluto, sulla faccia la peluria di chi non fa la barba da un paio di giorni. Francesco sta per dire qualcosa, quando l’ometto interviene e, squadrandolo dalla testa ai piedi, si rivolge a Franco e dice:

“Ma è iss ‘a scard ‘e cess ca me chiamma ogni matina?”, mentre un sorriso illumina quegli occhietti vispi.

Francesco ha un lieve tentennamento, forse perché fa un po’ fatica a immaginare che Franco, nella sua goliardica follia, possa essere arrivato anche a tanto. Ci mette solo un attimo però a realizzare che Franco ne è sicuramente capace; allora si rivolge verso l’ometto e, mentre lo apostrofa con un allegro “uè, ma tu sì Salvatore, chella granda latrina”, lo abbraccia come se fossero due amici ritrovatisi dopo tanto tempo.

Terminato l’abbraccio tra i due, Franco gli si avvicina e, a nome di tutti, gli dà un Pulcinella con tanto di corno proveniente da una bottega di San Gregorio Armeno e una pergamena dove è scritta la canzone che gli hanno da poco intonato. Francesco gli chiede di leggerla ad alta voce.

“…ma è in napoletano…”, dice lui.

“Embè, e che ci sei stato a fare quasi due anni qui se non hai imparato nemmeno un po’ di napoletano?? Non certo perché avevamo bisogno della tua laboriosità milanese…”, gli risponde con finta serietà.

“Vabbè, ci provo…”.

E inizia a leggere quelle parole di cui capisce poco, scritte sulle note di una famosa canzone di Carosone:

‘A sera, ‘ncoppe all’ufficio,

cu ‘a cartuscella, scenne pe’ scale

Tene ‘a pressa d’e milanisi

e ‘na vucella

semp ‘nu poco agitata

‘E lenti ‘nu pucurillo troppo gruosse

e chi o’ chiamma a‘ ccà

e chi o’ chiamma a’ llà

p’o fa’ fatica’!

‘O chiammano Antonio ‘o torinese

pecchè vene all’alta Italia

Ma s’e ‘nnammurato ‘e sta città ‘e Napule

che ll’ha lassato miezo

scumbinato … e assaie stregato!

Quando finisce, Salvatore, che si era tenuto in disparte, interviene per commentare:

“Uanema, saccio megl’ io ‘o cinese che chist ‘o napulitano!”.

Florindo, mosso a compassione, gli dice:

“Guarda che se giri il foglio, ci trovi la traduzione. Rileggila in italiano, va’!”

E così, lui gira il foglio e, con la voce un po’ incrinata dall’emozione, legge:

“La sera, in ufficio,

con i documenti scende per le scale

Ha la fretta tipica dei milanesi

e un timbro di voce sempre un po’ agitato

Gli occhiali troppo grandi

e chi lo chiama da una parte

e chi lo chiama dall’altra

per farlo lavorare.

Lo chiamano Antonio il torinese

Perché viene dal nord Italia

Ma si è innamorato della città di Napoli

che lo ha lasciato un po’

schizzato… e parecchio stregato!

Per superare quel momento di emozione, Francesco si rivolge a Salvatore per sfidarlo lì, dal vivo e non per telefono, ad un “incontro ‘e maleparole”, come dice lui.

E così, l’ultimo ricordo che lui ha del periodo trascorso a Napoli è quell’ originale ultimo duello. Gli viene da sorridere mentre li rivede, seri e concentrati, in piedi uno di fronte all’altro, che si scambiano le peggiori offese in napoletano, tra le risate di tutti:

Francesco, nella sua compostezza in giacca e cravatta, nulla aveva potuto però contro la vulcanica fantasia di Salvatore, ufficialmente proclamato vincitore da Franco.

Sono passati quasi venti anni da quel giorno ma ancora oggi, con un figlio e qualche rimpianto, torna spesso con il pensiero a quei giorni. Basta poco. E’ accaduto anche oggi, quando un tipo con cui ha avuto un duro scambio dialettico ad un certo punto, con un tono fermo e deciso, gli ha detto:

“Guardi, lei forse non ha capito chi sono io! Io sono…”.

A lui è venuto subito in mente Franco e il suo servizio “Acala ‘e scelle”. Lo ha interrotto e gli ha detto, con un tono di voce divenuto improvvisamente tranquillo:

“No, non lo so, ma se vuole ho degli amici che potrebbero aiutarla”.

Ed è andato via con un gran sorriso, lasciando di stucco il borioso malcapitato, mentre rivedeva Franco che gli spiegava:

“Vedi Antò, la pernacchia dovrebbe passarla il Servizio Sanitario Nazionale: non solo mette di buonumore chi la fa ma soprattutto, presa nelle giuste dosi, guarisce dalla vanità e dalla coglionaggine!”.

Ah, Franco.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...