Non molto tempo fa

di Giuliana Liberatore

 

Non darsi più, è darsi ancora. Significa dare il proprio sacrificio

(Marguerite Yourcenar)

Ormai le cose cominciavano a migliorare. Avevo trovato lavoro in un’azienda di prodotti surgelati in paese. La paga era buona. Potevo uscire da un lungo periodo di isolamento in casa. Un isolamento che mi aveva fatto perdere molti contatti e molto peso. All’ora di pranzo andavo sempre in un bistrot sulla strada statale dove una ragazza del mio stesso paese mi serviva la pasta al forno. Si chiamava Manuela ed era sempre gentile. A volte ci andavo anche per la colazione perché avevo preso l’abitudine di farmi riempire la brioche di cioccolato. Lei lo faceva volentieri anche se il fatto di riempire le brioche vuote non era previsto dalle regole del bistrot. Ma lei faceva un’eccezione per me.

I cavalcavia di cemento prima di arrivare in ufficio erano alti e pericolosi; da lassù si vedevano dei giochi per bambini abbandonati, alberi spezzati, altalene arrugginite. Tutto era avvolto da una fredda atmosfera, una foschia bassa e celeste ma questo non impediva ai ragazzi di incontrarsi sulle panchine tra le siepi incolte.

Se la mattina presto nevicava, l’autista che ci accompagnava in paese era costretto a guidare piano, soprattutto quando c’era la nebbia, e allora il viaggio di quaranta chilometri diventava lunghissimo e io finivo per addormentarmi con la testa avvolta nella sciarpa. Dai sedili in fondo, le curve si avvertivano con più violenza e il tremolio continuo dei portapacchi mi provocava una specie di nausea e di vertigine che mi dava piacere.

Le cose mi sembravano andare bene perché lavoravo veloce e senza distrazioni, ricopiavo tutti gli appunti che mi consegnavano in un documento, li riorganizzavo e poi a sera, inviavo il report al mio capo, una specie di resoconto dettagliato di tutte le informazioni relative alla vendita dei piselli congelati, dei fagiolini e delle patate, che venivano imbustati. Avevo imparato ad essere concentrata per più di sette ore. Non guardavo mai fuori dalla finestra, non sbirciavo il telefono cellulare, non parlavo con gli altri impiegati. Ero perfettamente impegnata a fissare il mio schermo e a compilare i moduli di vendita, osservando sullo schermo del magazzino il numero di buste che venivano chiuse al minuto.

Avevo pure smesso di prendere il caffè che non mi era mai nemmeno piaciuto. Come ogni giorno cercavo di non pensare a Filippo, che se n’era andato a vivere a Londra e non mi aveva più chiamato. Avevo provato a scrivergli delle lunghe email e degli sms ogni tanto alle quali lui non aveva mai risposto. Un paio di volte al mese però, Filippo chiamava mia madre per sapere come stavo, se mangiavo, se avevo trovato una casa, se era tutto a posto. E allora telefonavo a mia madre per sapere se e quando aveva chiamato e cosa le avesse chiesto di me. Quando rispondeva di Sì, rimanevamo a parlare per un bel po’. Quando rispondeva di no, mi inventavo subito una scusa per non continuare la conversazione e tornare al mio lavoro.

Ogni giorno era uguale all’altro. Ogni giorno percorrevo lo stesso tragitto in autobus, ogni giorno, quando attraversavo le curve nel punto più alto le ruote facevano un piccolo balzo in un punto pericoloso dove c’era un dosso, e ogni giorno rischiavi di aver paura che le ruote non ce la facessero a girare dopo il dosso. E anche gli alberi erano sempre gli stessi, li avevo catalogati; a volte più fioriti o più gialli, a seconda della luce del sole che ci batteva, altri avevano dei rami che si univano in un abbraccio. Di solito quando l’autista si fermava in uno dei paesi vicini, saliva un ragazzo con gli occhiali. Prendeva l’autobus il martedì, il mercoledì e il giovedì, solo nei giorni centrali della settimana. E poi, al ritorno prendeva l’ultima corsa, quella delle otto di sera. Indossava delle giacche marroni un po’ fuori moda, e aveva sulle spalle uno zaino verde, color acqua marina, molto luminoso rispetto ai colori spenti degli abiti e delle scarpe. Si rullava il tabacco nelle cartine in modo sbrigativo e quando scendeva, accendeva la sottile sigaretta senza attendere neanche un istante. Moriva dalla voglia di fumare e infatti l’aspirava in fretta, quasi mangiandola tanto che sulla carta di formava un braciere rosso, lungo e affilato.

Eravamo gli unici due passeggeri a scendere al centro della piazza, l’ultima fermata, per questo una volta ci guardammo negli occhi. L’autista frenò di scatto all’angolo del ponte di ferro, aprì le porte con il pulsante elettrico e ci chiamò per dirci che dovevamo scendere lì. In piazza c’erano le giostre per la festa del Santo Patrono e non lasciavano circolare i mezzi pubblici. Così io e il ragazzo con gli occhiali ci fissammo per un attimo. Giusto il tempo di prendere la mia sciarpa lui mi guardò i piedi facendomi cenno di scendere per prima.

Se c’erano le feste del santo patrono di solito mio padre comprava la porchetta. La riportava a casa e ci preparava dei panini per tutti. Mentre a me piacevano quelle bancarelle con le noci tostate, gli anacardi e la frutta secca. Mi fermai a comprarne un sacchetto. C’era anche una signora che vendeva le pietre per il mal di schiena, una che vendeva gli uccelli in gabbia e le radici di zenzero e di genziana. Di nuovo, al ritorno, c’eravamo solo io e il ragazzo con gli occhiali a sederci su quei luridi sedili in fondo dell’autobus. Si sentiva l’odore di porchetta provenire dal suo zaino. Lo guardai e gli chiesi se avesse preso la porchetta da uno di quelli locali, lui mi rispose con un accento strano che non lo sapeva. Aveva fame e si era fermato ad un camioncino che aveva il maiale esposto in bella vista con la testa ancora al posto suo. Si mise un po’ a ridere. A quanto pare non aveva mai visto il maiale ucciso tutto intero, in vendita.

Dalle sue parti, si vedeva più spesso l’agnello, mi disse. “Quali parti?”, chiesi, Iran. Aggiunse. Poi scartò il panino e iniziò a mangiare con gusto.

“Come ti chiami?”

“Lucia”

“Io Reza”

“Vuol dire qualcosa, il tuo nome?”

“Nella lingua persiana vuol dire acconsentire, cedere….e il tuo?

“Non lo so….forse Luce…”

“Come Lampadina?”

“Sì, una lampadina…” A lui venne da ridere.

Reza andava in paese perché dava lezioni di violino ai ragazzi di una famiglia che abitava lì. Facevano anche una mezz’ora di solfeggio al pianoforte. I due figli avevano lasciato la scuola e con loro aveva imparato molte parole italiane negli ultimi mesi, le studiava da solo.

Si era seduto con le gambe incrociate sul sedile, mentre me lo spiegava e intanto finiva tutto il panino. “Ci fermiamo a bere qualcosa la prossima volta”. Io dissi “certo”.

Reza era sull’autobus anche il giorno seguente, che era un giovedì. Andammo insieme al bistrot di Monica a farci riempire le brioche di miele e di cioccolato. Poi ognuno andava per la sua strada.

La sera, al ritorno, quando lo rividi seduto con le gambe incrociate e le cuffie nelle orecchie, andai a sedermi accanto a lui. Era allegro e sembrava felice di vedermi così mi infilò una delle sue cuffie nell’orecchio. Era una composizione di Richard Wagner, Tristano e Isotta, ne conosceva ogni singola nota e in generale gli piaceva la musica classica tedesca. Non ero esperta di Wagner, e non sapevo cosa rispondere alle sue lunghe descrizioni, ma quel brano, mentre fissavo la strada del cavalcavia in costruzione, mi aveva fatto venire in mente Filippo, i nostri viaggi in Sicilia, la nostra relazione, il modo indefinito in cui si era spenta, la nostalgia di qualcosa di inconsistente. Era l’effetto di una specie di tromba che suonava da sola in mezzo all’orchestra silenziosa ad intristire l’intero brano. Lui mi guardò e mi disse che non era la tromba. Era il corno inglese e che dava al brano la consapevolezza della vittoria. “hai mai visto un corno inglese?”. A me sembrava tanto una sconfitta.

Reza parlava un italiano lento e metodico, semplice ma senza fare tanti errori.

Una sera, dopo essere scesi alla fermata del Bar Germanico, Reza mi regalò una collana fatta con delle palline di legno. Mi spiegò che era un rosario musulmano, lo usavano i fedeli per le preghiere. Si chiamava Tasbeeh e aveva 99 grani. Reza non credeva in allah, in gesù e neanche nel buddha ma collezionava cimeli, crocefissi e altri oggetti antichi. Nel suo zaino c’erano cose molto vecchie, fatte di bronzo, come delle campanelle, una cannuccia d’argento per il mate, un batocchio di ottone che serviva a far risuonare uno strumento indiano simile ad un’anfora. Presi il rosario e me lo infilai per la testa. Era diverso dal rosario cattolico. Mi disse che in realtà andava messo al polso, facendogli fare almeno due o tre giri. Ma io preferivo averlo al collo. Allora lo lasciai lì. Reza si mise a ridere e mi diede un bacio.

Rimasi immobile mentre le sue labbra mi si avvicinavano: sentivo i peli rossicci dei suoi baffi entrarmi nelle narici. Mi vennero dei brividi e girai gli occhi svelti da tutte le parti come mi accade sempre quando sono in imbarazzo. La sua barba sapeva di tabacco bruciato ed era piacevole. Dall’altro lato della strada, proprio nel punto in cui iniziava la zona pedonale dei negozi in pieno centro c’era una macchina ferma. I suoi proprietari chiusi all’interno ci stavano guardando. Reza non si era accorto di nulla. Aveva le pupille puntate su di me.

Da quel momento iniziò a chiamami Fairy. Ragazza favolosa.

Mi specchiai con la collana di legno al collo nello specchio di un motorino parcheggiato lì vicino. Avevo le sopracciglia folte, i capelli disordinati e le labbra arrossate. Fairy.

La settimana seguente i miei genitori non c’erano. Erano andati a trovare la nonna a Rimini. Così presi il telefono e scrissi un messaggio a Reza per invitarlo da me. Era la prima volta che gli scrivevo, di solito mi bastava salire sull’autobus il martedì, il mercoledì e il giovedì per vederlo. Pensai che avremmo potuto mangiare in salotto, sul tappeto davanti al camino. In quella enorme casa, comprata tanti anni prima, tutto sembrava fermo e immoto. Il tavolo al centro, per esempio, era senza oggetti, senza riviste poggiate, senza vita. Serviva solo a riflettere il soffitto. Il camino di mattoni non veniva mai acceso, i miei genitori preferivano riscaldare le pareti con i caloriferi, perché non sporcavano. E sul camino non c’erano mai pipe, libri o posacenere o calze o caramelle, appoggiati a dare colore. Il camino era esattamente identico a quando era uscito dal negozio.

Reza arrivò puntuale alle otto, aveva con se del vino e un vocabolario italiano-persiano.

Intanto avevo ordinato due pizze tonde con il salame che stavano per arrivare.

“Non conosco ancora tutte le parole” mi disse. “Non fa niente” dissi io.

Mangiammo la pizza sul tappeto, come avrei voluto fare da tempo, lasciammo sparsi i libri della libreria, i bicchieri, le sigarette, lasciai che mi raccontasse della sua famiglia e della scuola che aveva frequentato a Teheran. Ogni volta che dicevo una parola che lui non conosceva, gliela spiegavo con altre parole, o in inglese. Mi confidò che non aveva un buon rapporto con il sonno. Che odiava dormire, dormiva pochissimo, forse solo 3 h a notte e che la colpa di tutto questo era di sua madre. Quando era piccolo la madre dormiva ogni giorno fino a tarda mattinata, mentre lui era sveglio, in un enorme casa da solo. Si ricorda che andava da lei in camera per svegliarla. La muoveva, le parlava ma lei non si degnava di aprire gli occhi. E così rimaneva seduto sul tappeto della stanza da letto ad aspettare che lei finisse il sonno.

Per questo odiava dormire in generale.

Alla fine dopo tutte quelle confidenze, tenendoci per mano, andammo verso la camera da letto dei miei genitori. Io mi sfilai la maglia e il reggiseno e rimasi così per un po’ a lasciarmi guardare. Lui mi baciò la pancia e infine si tolse gli occhiali. Durante quella lunga notte Reza si svegliò per tre volte. Io fingevo di dormire ma in realtà lo sentivo benissimo. Percepivo che aveva voglia di voltarsi verso di me. Mi svegliò chiamandomi Fairy, per fare di nuovo l’amore. Era come una specie di filo dell’alta tensione che mi dormiva accanto.

E per tre volte, dopo averlo fatto, in silenzio, si calmava e si riaddormentava.

Nei giorni seguenti fu difficile non pensare a quella notte e alla mattina dopo, a lui che guardava fuori dalla finestra alle sette del mattino, aspettando che mi svegliassi, alle parole persiane, alle nostre frasi che si sovrapponevano nel tentativo di scusarci a vicenda per aver frainteso questo o quello ogni volta.

“Tu non fai mai domande…” mi rimproverò Reza un giorno, “come fanno di solito le donne… dico, non mi chiedi delle mie ex fidanzate, non mi chiedi del mio lavoro… tu non chiedi!

Perché non mi chiedi mai niente?”

A dire la verità non sapevo cosa rispondergli.

Tra un ordine e l’altro, al lavoro, avevo iniziato a guardare fuori, nel cortile. Non ci avevo mai fatto caso ma c’era un giardiniere, un signore tutto pieno di polvere che potava le siepi, che spazzava il vialetto e che teneva dritti i tronchi dei ficus appassiti sistemandoli con delle cordicelle alla ringhiera delle scale. Un gatto nero e arancione, che tutti lì in ufficio chiamavano Max, lo seguiva, assistendolo in ogni operazione.

Un giorno uscii dall’ufficio per andare in paese. Dovevo fare firmare delle carte ad un cliente e tornare subito in sede, senza perdere altro tempo. Lo studio del sig. Persichetti era in via della Libertà, una bellissima via alberata oltre il Duomo.

Feci uno squillo al telefono della sua segretaria, per accertarmi che fosse nello studio, vidi una macchina parcheggiata sul viale. Una station wagon bianca, all’interno c’era una signora mora, sui cinquant’anni vestita di nero e accanto a lei c’era Reza.

Sembrava che lei gli tenesse la mano. Reza e la signora mora si guardavano parlando tra di loro con molta confidenza. Mi venne un piccolo impercettibile giramento di testa, così decisi di nascondermi dentro il portone del palazzo del cliente. Pur avendo ingoiato un boccone di saliva enorme, rimasi a guardare a lungo la station wagon, dimenticandomi di tutto quello che dovevo fare.

Reza e la signora aprirono gli sportelli dalla macchina. Ma invece si uscire la donna iniziò a cercare qualcosa tra i sedili e anche Reza iniziò a darle una mano, sembrava una ricerca divertente, infatti i due ridevano, forse si trattava di una moneta o di un orecchino finito sui tappetini dell’auto. Quando lo trovarono vidi che era un cappello. La signora mora chiuse la sua auto con la chiave ed entrarono in un cancello lì vicino, che dava accesso al cortile di una palazzina color senape smorta.

Sparirono dalla mia visuale in un attimo, superando l’enorme cancello scuro, insieme al cappello ritrovato. Guardando il citofono di fronte a me strinsi con due dita il Tasbeeh che avevo al collo, lo avvolsi, lo arrotolai facendoci un nodino.

Il giorno seguente era un lunedì e sull’autobus Reza non si era visto. Tornai in via della Libertà alla stessa ora del giorno prima per osservare il palazzo color senape e per capire chi fosse la signora mora con la station wagon. Sul citofono in ottone potevano esserci almeno cinquanta famiglie, alcuni cognomi cinesi, altri studi legali, un dentista, un’associazione per disabili. Mi guardavo attorno sperduta ed eccitata. Così andai in un bar poco distante. E mi misi ad aspettare. Alle 11 arrivò la station wagon bianca. La signora mora aveva una lunga gonna a fiori, degli stivali molto eleganti con il tacco e la coda di cavallo stretta tanto da sembrare che le stesse strappando le tempie dalla testa.

Entrò in fretta nel palazzo portando con sé una cartellina di pelle marrone ed io fui così scattante alle sue spalle, che la raggiunsi quasi saltellando. Con la mano fermai l’inferriata prima che potesse chiudersi.

Un signore con il cane peloso mi oltrepassò salutando cordialmente e lasciando aperto il cancello. La signora mora aveva preso l’ascensore a destra oltre il patio: le porte si erano chiuse e la corda d’acciaio spessa e ricoperta di grasso saliva lenta sorreggendo tutto il peso dell’elevatore che saliva sempre di più, piano dopo piano.

Fissavo il display. Finché si fermò al quinto piano.

A quel punto non era chiaro cosa ero a fare lì e perché. Senza ragionare troppo iniziai a salire le scale. Incrociai altri signori con il cane: il bracco ungherese, il bastardino con la coda mozzata; e i padroni che rivolgevano parola agli animali, li esortavano a calmarsi e a non tirare il collare in quel modo, in un tira e molla che finiva per esasperare entrambi.

Al quinto piano c’era lo studio di Brunella Montessori. Psicologa, Psicoterapeuta e Coach.

“Brunella” dissi ad alta voce guardando la targhetta.

Reza andava tutti i lunedì mattina da lei. Ecco. Questo era tutto quello che c’era da sapere.

Ero gelosa? Di già? Scappai via più in fretta che potevo infilando i pugni nel cappotto.

Giù al pianerottolo il Bracco con voleva uscire dal portone e il padrone lo tirava con il guinzaglio in modo insistente.

Due giorni dopo era mercoledì e Reza venne accanto a me e mi prese la mano.

Nel guardarlo provavo una specie di sottomissione che mi faceva sentire inghiottita da lui e dai suoi occhi chiari che mi fissavano.

“oggi è il mio compleanno” gli dissi. Lui non ci credeva e sorrideva con aria furba.

“E invece sì, ti dico… è oggi, sono nata esattamente oggi, ma 29 anni fa.”

“farai una festa con gli amici?”

“quali amici?”

Di fronte al lago salato dove nuotavano le oche Reza mi raccontò che i suoi genitori non hanno mai organizzato una festa di compleanno per lui e neanche per i suoi fratelli.

Gli dissi che dai suoi racconti i suoi genitori erano proprio due stronzi.

“Erano comunisti… non ci facevano organizzare feste perché poi i genitori poveri di altri amici di scuola si sentivano in dovere di fare il regalo e questo li avrebbe messi in imbarazzo… in profondo imbarazzo”.

C’era un vento gelido e gli alberi si muovevano a scatti. Le foglie scure cadute a terra ci ronzavano intorno, facevano il walzer nel vento.

“È per questo che vai dalla psicoterapeuta? Per parlare dei regali che non hai mai ricevuto?”

Lui mi guardò serio. Non aveva più quell’espressione accogliente degli inizi.

“No. Ci vado per ricordare delle cose… e infatti grazie a lei ho ricordato una cosa, secondo me, importante. Di quando tornavo da un viaggio insieme a mio fratello e ad un suo amico. Avevo forse venti anni. Percorrevamo una strada in mezzo al deserto, dalla città di Yazd a Shiraz, e non si vedeva nulla. Avevamo la macchina rotta ma continuava a camminare e a fare un grosso fumo. Ricordo che ai lati della strada c’erano canne di bambù e che il cielo era limpido, si vedevano molte stelle e anche la luna era enorme, tonda come il fondo di un bicchiere. Quello che abbiamo visto tutti e tre non ce lo scorderemo mai. A un chilometro da noi c’era un cane lupo. Enorme, grigio, con gli occhi luminosi e il pelo lucido. Era fermo e ci fissava. Non ci aspettavamo che avrebbe iniziato a correre contro di noi. Noi lo guardavamo e lui ci guardava venendo verso di noi.

Mio fratello che guidava, rallentò un poco, ma non di molto. E poi dopo qualche attimo ci fu lo scontro. Come un incidente d’auto. Sentimmo il tonfo del corpo del cane lupo contro il parabrezza, tanto forte, da crepare il vetro. L’auto sbandò e fece un mezzo giro, ritrovandosi con la testa dall’altro lato. Il fumo usciva e copriva l’aria. Eravamo ancora vivi per scendere e vedere dove stava il lupo. Ma la bestia non c’era più. Il vento alzava la sabbia e gli abbaglianti della macchina si erano spaccati, il motore si era spento e non si accendeva più.

Lì intorno, nel raggio di venti metri, non c’era nessun cane lupo. Nessun animale. Niente”

Reza aveva timore persino a raccontarlo.

“Perché ce l’aveva con noi?”

“Ma era una visione?” chiesi

“Se non esisteva, perché lo avevamo visto tutti?”

Guardavo Reza ancora più spaventata di prima.

“…avevate bevuto o fumato hashish…” dissi

“No. Eravamo lucidi. Ma non lo abbiamo detto mai a nessuno. Non si può dire una cosa del genere. È qualcosa che poi viene fraintesa…e porta sfortuna…”

Dopo quell’incidente si era trasferito da un posto all’altro per oltre dieci anni, aveva lasciato sua moglie e sua figlia a Teheran, aveva abbandonato gli studi al conservatorio e il suo lavoro per finire in Italia, tra lavoretti sottopagati e viaggi in autobus. Reza scappava da sempre e sarebbe scappato ancora. Una violenza spaventosa lo aveva segnato da bambino ed era per questo che praticava l’ipnosi con la dottoressa Bruna. Diceva che qui, con questa terapia innovativa aveva iniziato a ricordare quelle cose e poi a dimenticarle.

Adesso i suoi occhi erano pieni di lacrime. Avevo voglia di stringerlo forte.

In paese c’era un solo albergo. Comprammo delle bottiglie di birra, delle sigarette e dei dolci al cioccolato amaro. Andammo sul letto a fare quello che dovevamo fare per poi a rimanere nudi e fermi con quella sensazione di estraneità sulla pelle, quella lieve paura che tutto stia per finire, che magari Reza scapperà di nuovo, sparirà di colpo in mezzo al deserto come il cane lupo.

A volte fissava fuori dalla finestra aspirando la sigaretta come se un terribile presagio potesse abbattersi su di lui, su quella stanza al secondo piano. I suoi occhi erano disperati e pieni di sconforto.

“Come sempre non mi chiedi nulla!” mi disse girandosi di scatto. “…ma te ne importa qualcosa di me?”. In quel momento lo guardai e capii.

Tutte quelle storie, quella tensione, quella paura che emanavano i suoi occhi, erano per destare curiosità. Stava recitando la parte del matto per avere amore.

Recitava per vedere quanto tempo ci avrei messo a sciogliermi di fronte a tanto mistero. Una ragazza davvero innamorata lo avrebbe stretto tra le sue braccia e lo avrebbe consolato, lo avrebbe convinto che fuori, nel vento bianco della strada, sarebbe stato al sicuro.

Una settimana dopo lavavo i bicchieri nella casa dei miei genitori mentre il mio telefono squillava. Era Reza che voleva capire che fine avessi fatto. Scriveva due email al giorno, con tutti i dettagli delle sue sedute di ipnosi. Ma io non volevo sapere. Non riuscivo più a sapere e mi stavo convincendo che dimenticare tutto sarebbe stata la soluzione migliore.

Volevo solo che ci fosse un nuovo autobus per andare in paese, una linea tutta innovativa, con le prese elettriche, i poggiatesta imbottiti e senza altri passeggeri.

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