Allucinazioni

di Daniele Chiari

Sbandando, il sole aveva perso la rotta e s’era pericolosamente avvicinato alla Terra. Era la spiegazione più logica da dare a quel giorno d’estate. Il più torrido, da quando esiste il mondo. E il più bizzarro di sempre, per una giovane coppia di sposi, alla quale successe una cosa che rimase un mistero perché non ebbero il coraggio di parlarne l’uno con l’altra.

L’uomo, il giovane marito il cui nome ha poca importanza, uscì di casa per portare l’automobile nel garage sotterraneo. C’era una monovolume rossa ad attenderlo nel parcheggio di fianco a casa sua, pronta per essere messa a nanna, nella sua agognata alcova oscura.

Poco distante un treno cavalcava i binari senza fermarsi alla stazione del paese. L’uomo aprì la portiera dell’auto e si fermò a guardare uno ad uno i vagoni come se sperasse che nel mentre gli interni si raffreddassero, poi salì sull’auto sbuffando dal caldo. Chiuso nella sauna quale era la macchina, si sbrigò ad abbassare i finestrini con la manovella, con la faccia compressa dal bollore. Il parcheggio era esposto al sole da tutto il pomeriggio ed era un miracolo che il cuoio capelluto non si fosse ancora incendiato. L’uomo girò le chiavi e uscì in retro. Dopo essersi raddrizzato, girò l’angolo: la discesa era subito lì ad aspettarlo accomodante. Portò l’auto nella rimessa, aprì la portiera e si fiondò fuori in fretta e furia. Dopo aver abbassato la saracinesca salì le scale e si precipitò nel fresco antro di casa. Era deserta, la moglie era uscita per una biciclettata con le amiche. Contemplò le stanze buie e rese grazie alla consorte per aver abbassato tutte le tapparelle già di prima mattina; poi aprì il frigorifero e tastò le birre di infima qualità che lo arredavano, scegliendo la più fresca. La vincitrice venne stappata e inaugurata dall’uomo. Con la gola rinfrescata l’uomo si diresse senza esitare verso il salotto e si tuffò di schiena sul divano. Telecomando in mano e consapevolezza di essere già un tutt’uno con il sofà, si rilassò guardando la TV. Il condizionatore si era rotto giusto qualche giorno prima, ma i due non avevano contattato nessuna ditta di riparazioni perché convinti che quella settimana il caldo sarebbe stato sopportabile. Errore madornale.

La moglie rincasò mezz’ora dopo e controvoglia lui le andò incontro. Grondante di sudore la donna si mise a blaterare entusiasta sui pettegolezzi appena spifferati dalle amiche, facendo balenare nella testa del marito domande quali perchè l’ho sposata?

Salvato dal cellulare della donna che prese a squillare, l’uomo sentì un impellente bisogno di pisciare. Appoggiò la causa del bisogno sul tavolo e si chiuse in bagno. La finestra, l’unica della casa con la tapparella non completamente abbassata, dava sul parcheggio, situato subito dopo il loro giardino con tanto di siepe. Dove prima c’era la sua auto rossa fiammante, ora c’era un auto per certi versi identica.

Finì di urinare e se ne andò poco convinto. Il veicolo lo attirava senza capirne in motivo. Era un macinino, del resto come il suo. Ma aveva qualcosa di familiare, pareva essere il suo macinino.

Si ritrovò nel giardino, colpito da insetti che provava a scacciare senza risultati. Imboccò la parte di cortile che dava sul parcheggio. La siepe era alta e costituiva un ostacolo. Trovò una piccola discrepanza dalla quale provò a leggere la targa. Non la sapeva a memoria, ma se la leggeva sarebbe stato in grado di riconoscere se era o meno la sua vettura. E lo era. Si grattò la testa poi si diresse in cucina, dove prese le chiavi, e proprio mentre stava per andare a dare un’occhiata venne fermato dalla moglie. Per non essere visto come un’idiota spiegò di voler andare a fare una passeggiata. La moglie, sul punto di accettare quel suo non-invito, venne interrotta prima ancora di poter proferire verbo. Mentì dicendo che andava a piedi a casa del suo vecchio amico, per poter fare due chiacchiere, dopodiché prese la birra lasciata prima sul tavolo e se la scolò fino all’ultimo goccio. La moglie ci rimase male, ma salutò con un bacio appassionato il nostro eroe. Con le chiavi nascoste in tasca, passò per il piccolo spazio erboso di sua proprietà, aprì il cancellino e si avviò furtivamente alla macchina. Se prima era rimasto troppo scosso per provare a capire ciò che era successo, stavolta rimase immobile, con un battito del cuore ai minimi storici. Un nuovo treno stavolta fece sosta alla stazione. Lo stridio dei freni lo riportarono al mondo dopo diversi minuti di trance. Scortò nuovamente l’auto nel garage, chiuse tutto e si fermò. Il caldo aveva dato alla testa e prima era stato vittima di un miraggio. La birra di una marca sconosciuta comprata al emporio era complice di tutto ciò. Ma per essere sicuro e per paura di essere in preda ad un principio di follia, si marchiò con le chiavi un segno indelebile sul braccio. Niente sangue, non ce n’era bisogno, bastava un graffietto come promemoria di ciò che aveva fatto.

L’automobile era nel garage e il braccio era segnato, o l’auto era nel parcheggio e lui era un visionario senza segni sulle braccia ma con tanto bisogno di cure. Tornato a casa la moglie lo accolse preoccupata. Il marito, non ricordandosi ciò che le aveva detto, la trovò una reazione eccessiva. Ma la domanda della donna, posta con i pugni sui fianchi, riguardo alla passeggiata durata pochi minuti, riaccese gli ingranaggi nel cervello dell’uomo che le rispose di aver ceduto alle temperature troppo elevate e di preferire un po’ di relax. L’hai avvisato il tuo amico, a dirgli che non passi da lui? Ma il suo amico manco lo sapeva.

Il relax lo coccolò nel letto pochi minuti dopo, con le cuffie nelle orecchie ad ascoltare musica e dimenticare tutto il resto. Sognò la musica che stava ascoltando, fin quando una nuova canzone partì in maniera troppo brusca e interruppe la sua pennichella. Si svegliò con un sussulto. Passò in rassegna il frigo un’altra volta arrendendosi ad una bottiglietta d’acqua naturale. Laddove prima c’era adagiata una bottiglia di birra scadente, ora vi era un bigliettino. Era la moglie, lo avvisava che era uscita a bla, bla, bla. Te l’ho scritto perchè non volevo disturbarti, non sapevo se stessi dormendo.

Basta. Quel caldo era insopportabile quasi quanto le storie di gossip della moglie. Era ora di fare qualcosa. Rammentò di avere in garage un ventilatore guasto. Posso ripararlo, devo ripararlo. Non c’è alternativa. Scese le scale grondante di sudore. Nel box non c’era traccia del veicolo rosso, perciò poté tagliare tutta la strada e prendere il ventilatore incartato nell’angolo lontano. Con una certa fatica salì un paio di gradini. Poi collegò. Lasciò cadere l’apparecchio a peso morto, lasciando partire piccoli pezzi da tutte le parti. Qualcosa gli rimbalzò sulla gamba, qualcosa di molto appuntito gli tamponò il perone, ma non ci fece caso.

L’auto non c’era. In preda alla follia la cercò in maniera comica, frugando negli angoli e dando un’occhiata dove c’era posto per solo un bullone. Si grattò la testa, incredulo con un sorriso da ebete stampato in faccia. Salì di corsa in casa e rivide con la coda dell’occhio il biglietto. Ma certo, l’aveva presa la moglie, che stupido. Si guardò il braccio e c’era ancora la traccia lasciata dalle chiavi. Scaricò la tensione in bagno ma rimase stupefatto con il membro gocciolante, guardando all’esterno. L’auto rossa era ancora lì. Inorridito si tirò su boxer e pantaloncini, quando ad un tratto il cancellino cigolò. Era tornata sua moglie. Allora era lei che aveva lasciato l’automobile là fuori! La moglie, vedendolo raggiante, raccontò delle cure miracolose che può fare un sonno nel bel mezzo del pomeriggio. Adesso è il mio turno per dormire, sono molto provata dopo questa lunga camminata. La pelle d’oca gli raggelò sangue e sudore. Lei non aveva toccato quel fottuto trabiccolo rosso! Pensavo avessi preso la macchina. Alla risposta negativa della moglie ne aveva avuto conferma. Al proseguo della risposta un brivido gli percorse la schiena. Sta sempre lì, nel parcheggio. Aspettò che la moglie si coricasse e non passò molto tempo prima di sentirla russare. Stretta tra le braccia di Morfeo poteva finalmente agire. Nemmeno con un concerto nella stanza accanto si sarebbe svegliata. L’uomo partì in perlustrazione e ritrovò nel parcheggio la macchina. Senza più emozioni, oramai rassegnato e atarassico, tastò il braccio e sentì lieve un solco inconfondibile. Per la terza volta in quel pomeriggio afoso portò l’automobile nel garage e per la seconda volta si incise la pelle a missione avvenuta.

Verso sera, poco prima di cena, si svegliò la consorte, ancora intontita ma con espressione rilassata. Il compagno era rimasto tutto il giorno sul divano a bere birra di terza scelta, buttando un occhio di quando in quando verso la finestra per controllare qualche movimento sospetto. All’arrivo della moglie aveva già tracannato quattro bottiglie da mezzo litro. Il movimento goffo col quale si levò a sedere sul divano fece ridere di gusto la donna. Senza aggiungere altro si diresse verso la cucina e accese i fornelli per scaldare l’acqua. Mancava qualcosa. Scendo un attimo, ho dimenticato in garage un….

Stop. Riavvolgi il nastro. Stava per scendere nel garage. Era l’occasione giusta per spiare il mostro ciuccia benzina senza dare troppo nell’occhio. Aspettami tesoro, vengo a darti una mano!

Insisté anche quando lei gli disse che non c’era alcun bisogno. Lascia che ti accompagni, amore! Barcollante e con l’alito all’aroma di luppolo, seguì a ruota la moglie stando attento a scendere gli scalini per non franarle rovinosamente addosso.

C’era ancora traccia dei pezzi di ventilatore sparpagliati per terra, ma la donna stava pensando alla cena e non ci diede peso.

Giunti al capolinea la porta risultò bloccata. La donna provò a forzarla brutalmente ma non ne voleva sapere di aprirsi. Volevi venire a darmi una mano? E ora ce n’è bisogno e tu te ne resti lì imbambolato? Era troppo teso per muoversi (e troppo ubriaco per sfondare una porta); qualche forza oscura stava trafficando dietro quei cardini, ne era certo. Questo almeno finchè la moglie non si avvide di un pezzo metallico che ostruiva l’apertura della porta. L’uomo si riprese e la puntò con aria decisa, superando la moglie con veemenza. Girò la maniglia con insistenza finché non cedette e gli rimase in mano. La gettò senza troppi fronzoli per terra. In compenso la porta si lasciò accompagnare nell’angolo e lui venne investito dal rosso acceso della carrozzeria. Era dove l’aveva lasciata. Un sospiro di sollievo seguito da un rigurgito, entrambi al sapore di malto, sancivano il lieto fine di una storia stramba e inspiegabile. Negli occhi della moglie c’era però un non so che di inquietante. Lui era convinto si fosse accorta del suo stato di ubriachezza e si preparò ad essere rimproverato. Lei invece se ne stava lì, strabuzzando gli occhi e strofinandoseli, ancora e ancora. Alzò infine bandiera bianca e portandosi la mano destra sull’arto superiore sinistro penetrò nella pelle con l’unghia, tingendo il braccio di rosso sangue. Quest’ultimo graffio andava ad aggiungersi ad altri due freschi di giornata, ma l’uomo, pago del ritrovamento, non s’accorse di nulla.

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