Il tempo di Battigia

Di Sergio Trapasso

Continuava a spostare la sabbia ed il mare si ostinava a portarne di nuova a riva.

Ogni granellino diventava sempre più pesante, infinitesimamente, non perché effettivamente lo fosse, ma perché ad ogni istante, ad ogni granello, lui diventava sempre più vecchio.

Era come se avvertisse, in quei minuscoli sassolini, il peso di un passato da pietra, prima roccia e prima ancora collina e montagna.

Forse, il primo giorno, passando, non lo notereste.  Indifferenti, andreste oltre.

Il secondo, nulla vi farebbe accorgere di lui.

Il terzo giorno potrebbe essere ma aspettereste l’indomani per averne conferma.

Il quarto giorno ne avreste la certezza. Sempre lui.

Lo trovereste seduto dove finisce il mare ed inizia la terra, su quel limite infinite volte mutevole, a spostare un pezzettino alla volta il mondo da un posto ad un altro un po’ più in là, solo per non farlo bagnare.

Incuriositi, avreste atteso, osservato ma non compreso.

Alla prima occasione chiedereste ad un altro passante, uno del luogo, uno altrettanto vecchio e questi vi risponderebbe sbrigativo, come preso da mille improvvisi impegni, che non ne conosce il vero nome ma che tutti lo chiamano “Battigia”.

Lui, che un nome non ricordava più neanche d’averlo, era sicuro di essere stato qualcuno ma aveva dimenticato chi, troppo preso dal proprio lavoro, da quell’impresa infinita.

Iniziava all’alba. La spiaggia deserta.

Continuava col sole che non lasciava attorno a lui nemmeno l’ombra e terminava, sfinito, a sera.

Anch’io, come voi probabilmente, non ho compreso, ho chiesto ed ho atteso.

I miei giorni infatti, come i suoi granelli di sabbia, passavano asciutti.

Fermo ad attendere una nuova nave, una nuova spedizione, una nuova meta, quel porto divenne familiare.

I volti, i profumi ed i sapori si fecero riconoscibili ed i miei passi ritrovavano le strade dei giorni precedenti.

Nell’abitudine notai la sua presenza; nella noia trovai il coraggio e l’intraprendenza di andare a parlargli.

Scesi la china della spiaggia.

La sabbia tiepida e materna dava una sensazione di appartenenza.

«Oggi, ne ho spostati cinquantatré mila e settecento ventidue. Vediamo se lui riesce a far di meglio» sussurrò a sé stesso, senza mai guardare il mare che aveva di fronte.

Non disse altro e si alzò. Nemmeno il tempo di presentarmi e se ne andò.

La notte dormiva. Dormiva sonni profondi all’aperto, su una panchina.

Le stelle non le guardava neanche.

Figuriamoci contarle.

L’indomani mi svegliai all’alba e scesi al porto. Dopo aver chiesto, ormai come fosse un rito quotidiano, se qualcuno avesse sentito di nuovi imbarchi ed aver ricevuto le consuete risposte negative, percorsi lo stradello dello sbarcatoio.

Lo percorsi in direzione opposta a quella per cui era destinato e denominato ovvero, far risalire la merce ed il pescato di giornata verso il centro del piccolo paese. Ai lati, umili botteghe esponevano l’arancione delle triglie, l’argento dei cefali, il bianco lattiginoso delle seppie, violacei polpi ed una varietà di molluschi e crostacei ancora vivi da far venir voglia di sedersi immediatamente a tavola per pranzo.

Giunsi al muretto che delimitava un tratto del lungomare e mi sedetti.

Lui era già lì.

I calzoni tirati in su.

I piedi in ammollo e le spalle abbronzate puntinate di macchie più scure.

Come un granchio fra gli scogli, spostava minuziosamente i granelli di sabbia. Uno ad uno li contava.

Passò un’oretta e la spiaggia si affollò.

Non lo notò quasi nessuno. Come sempre.

Trascorsi del tempo ad osservarlo.

Non so dire se fu tempo trascorso o perso.

Forse più assurdo di una persona che impiega il proprio tempo a spostare dei granelli di sabbia, c’è solo uno che perde tempo a guardarlo.

Verso mezzogiorno decisi che fosse ora di fare qualcosa e nuovamente mi avvicinai a lui.

La mia intenzione era quella di parlargli ed offrirgli un pasto in cambio di una rivelazione.

«Un giorno tutto finirà».

Mi stupii come, per la seconda volta, avesse anticipato la mia introduzione e senza nemmeno guardarmi avesse capito, inteso, la mia volontà.

«Non intendo solo il vostro mal di testa, l’estate, il vostro amore, l’attesa in questo porto, la nostra vita, la vostra società, la storia dell’uomo, lo scioglimento dei ghiacciai, il movimento delle maree, la rotazione del mondo, il calore del sole o l’espansione dell’universo. Intendo proprio Tutto.

Tutto si decomporrà: il limone nel cesto della frutta, le pagine di un libro, il corpo di un gatto morto sul ciglio della strada, gli alberi abbattuti di una foresta, i muri, le case, le stelle ed i pianeti. Ogni singola cosa tende al degrado, a strutture sempre più semplici, sempre più piccole, molecole, atomi fino a quando anche la decomposizione finirà.

L’energia finirà.

E se l’energia si esaurisce, nulla si muove. Se nulla si muove, nulla cambia. Se nulla cambia non c’è modo di distinguere il prima dal dopo, il passato dal futuro, ogni attimo è identico.

Il tempo finirà.

E se il tempo finirà tutto, i ricordi, le esperienze, la vita di ogni singolo individuo, tutto quello che è successo, che avete fatto, che abbiamo fatto, creato, inventato, scoperto, tutto sarà schiacciato, compresso, su un solo istante; non avranno più senso le date, i compleanni, le ere, gli anniversari.

Il senso finirà.

E senza un senso, finirà la direzione degli eventi. Una bistecca di carne cotta potrà tornare cruda e poi di nuovo parte di un animale vivo che un attimo dopo, come se avesse senso dire “attimo”, sarà completamente digerito da un essere che non è mai esistito perché senza memoria».

Non vi fu nemmeno una parola od un singolo passaggio logico in grado di distoglierlo dal suo pendolante lavoro.

Il ragionamento fu consequenziale, stoico ed imperturbabile ma, mi duole ammetterlo, non riuscii a coglierne il senso.

Che fare, dunque? Chiedere spiegazioni e rischiare di apparire più ignorante di quello che fossi o, peggio, facendo passare lui come irrazionale ed inconcludente, non mi parve la migliore delle soluzioni.

Qualche ulteriore istante di silenzio mi diede modo di riflettere.

Quello che capii fu che chiedere semplicemente, in modo diretto ed ingenuo, il motivo del suo lavoro non avrebbe portato ad alcun risultato se non una chiusura totale ed ermetica alla comunicazione. La chiave per la scoperta era il tempo che avrei trascorso a spostare ogni singolo granello che impolverava la sua anima per arrivare al senso sepolto che forse – ancora una volta – aveva dimenticato.

La salsedine imbiancava finemente i nostri lineamenti.

Decisi di chiedergli informazioni su qualche passaggio della sua vita.

Forse, collocare nel mondo le foto del suo passato mi avrebbe permesso di comprendere qualcosa di più di quell’adesso, ormai così lontano.

Nemmeno il tempo di inspirare aria nuova e lui ricominciò: «Ero ancora giovane. Presi le mie cose e seguì il fiume. I sassi erano scivolosi. Persi l’equilibrio e vi caddi dentro. Trascinato dalla corrente, dall’impeto e dalla forza del torrente, sbattuto fra sassi e quasi incosciente, riuscì solo dopo diverso tempo ad aggrapparmi ad un ramo e a trascinarmi a riva. Mi rifugiai in una grotta. Il freddo mi spinse più in profondità per ripararmi, fin quando non vidi comparire una luce, in fondo… proseguii.

Mi trovai in un posto che non si può descrivere con le parole di questo mondo. Era un posto etereo, indefinito ma perfetto. Lo girai quasi tutto e scoprì essere un posto infinito.

Decisi di costruirvi una casa. Proprio al centro.

Una grossa quercia mi sembrò la soluzione ideale: una casa su un albero.

Impiegai diversi giorni a costruirla. Come passarono velocemente quei giorni! Il sole e la luna erano facce della stessa sfera che ruotando su sé stessa cambiava il giorno in notte e di nuovo in giorno. Le stelle erano solo piccoli fori in un telo scuro e il vento aveva ogni volta un profumo diverso a seconda della direzione da cui proveniva.

Una piccola scala mi permetteva di salire e scendere dalla casa sull’albero ma ogni notte l’albero cresceva ed il giorno seguente, dovevo aggiungere un gradino.

Nei miei girovagare, l’incontrai. Inutile dire che era così bella che se fosse diventata piccola come un’oliva, avrei voluto mangiarla.

Lei, Gala. Così insondabile eppure così concreta.

Non vi fu il tempo per amarsi come due singoli individui. Diventammo uno.

Venne ad abitare nella mia casa sull’albero.

In una vita perfetta, libera e spensierata, vi era una sola regola, una sola raccomandazione: non dimenticare mai di aggiungere un gradino alla scala, ogni giorno.

Il tempo passava e l’albero diventò altissimo. La scala lunghissima.

Io scendevo, prendevo l’acqua, cercavo da mangiare.

Gala invece, smise.

La vertigine, la stanchezza, il senso di sicurezza che le dava il volume delineato e sospeso in quel paesaggio infinito furono più forti della libertà.

I miei giringiro richiedevano sempre più impegno e tempo.

Un giro della sfera, dopo due… poi tre.

Al mio rientro da una lunga esplorazione, salì i gradini della scala ma arrivato quasi in cima non trovai altri pioli. Potevo vedere la nostra casa molto più in alto, ma non potevo raggiungerla.

Non riuscivo a comprendere come fosse possibile. C’era solo una regola.

Perché non aveva aggiunto i pioli? Cos’era successo?

Un inutile elenco di possibili motivazioni non ridusse la distanza fra me e lei.

Disperato, il suo nome recise le mie corde vocali per quante volte l’urlai.

Non rispose. Mai.

Attesi. Immobile. Il dolore alle mani divenne lancinante. La sfera che scandiva i giorni ruotò due, forse tre volte. La fame e la sete mi provocarono allucinazioni. Un elefante con lunghissime zampe da insetto mi passò accanto.

Convinto di potergli salire sul dorso, saltai.

L’attraversai completamente caddi alla velocità della luce, così veloce che il tempo rallentò e, paradossalmente, mi fermai, sospeso. Come il tuorlo in un uovo.

Divenni il tuorlo di un uovo.

Galleggiavo in un mare amniotico che si riavvolgeva su sé stesso. Da un’improbabile altrove iniziò ad arrivare una strana energia e nel divino, rinacqui.

Le suore mi accudirono per alcuni mesi e quando la mia nebbia si sollevò, mi ritrovai in questo piccolo porto.»

Non alzò mai lo sguardo. Fu come se non mi vedesse. Questo non vuol dire che mi ignorasse, era pienamente cosciente della mia presenza ma forse non serviva. Io ero solo un pretesto.

Compresi che il mio momento non era ancora arrivato. Stetti in silenzio.

Attorno, la frenesia del molo andava placandosi.

Le reti da pesca, sbrogliate e mollemente stese ad asciugare, avrebbero atteso la notte assieme alle nasse in vimini disposte con geometrica eleganza, lungo il pontile.

Pensai alla vita difficile del vecchio Battigia.

A quello che alcuni chiamano, a seconda della convenienza, destino, sfortuna, caso o scelta.

Rimasi anch’io appeso a quella sensazione di incompletezza e di rassegnazione.

«Un giorno, tutto finirà» ripeté come fosse un mantra. Mi sembrò lo dicesse come per riallineare i pensieri, come se, prendendo la mira verso un punto all’infinito, ritrovasse la tensione del filo del proprio ragionamento.

Il tono però, non fu lo stesso della prima volta. L’intenzione fu ferma, precisa, perentoria.

«Si sbriciola il pane, vanno in frantumi i bicchieri, si spaccano i rami degli alberi, si scindono gli atomi, si rompono i legami, si sciolgono le promesse, si distruggono i sogni, si cancella il futuro e si dimenticano i ricordi. Tutto finirà. In niente», quest’ultima aggiunta fu come l’aver sottolineato la parola “addio” scritta alla fine della lettera di un inevitabile abbandono. “In niente”.

Notai che la mia smania di conoscere la verità alla fine di tutto, andava sostituendosi con l’interesse verso la storia di quel vecchio seduto sul confine del mondo terrestre.

Avevo già colto diverse informazioni dalle sue parole: una vita probabilmente fra alcool e droghe o comunque, al limite della pazzia, forse della schizofrenia. Una donna, credo anch’ella malata o depressa, di cui s’innamorò ma che, a differenza di lui, riuscì a rinsavire ed a prendere le distanze. La solitudine. La profonda crisi, la peggiore, ed il ricovero, immagino in un monastero dove, fra cure e fede, ritrovò una certa pace interiore. Tuttavia, ancora non sapevo cosa ottenesse spostando e contando migliaia di granelli di sabbia ogni giorno da non so quanto tempo in questa continua sfida con il mare.

Decisi di fare una domanda indiretta: chiedendo del perché non facesse altro avrei capito perché stava facendo quello. Logico e poco invadente.

Formulai nella mia mente una domanda cortese e diplomatica ma ecco che ancora una volta mi anticipò.

«Un giorno, tutto finirà. Potrebbe anche essere domani ma è paradossalmente più plausibile che sia alla fine del tempo: tutto immobile. Fermo. Disintegrato. Minuscolo.  Il disordine sarà sparso in modo uniforme per tutto l’Universo. Un infinito uniforme disordine. E noi? In quante e quali particelle saremo noi? Quanto saremo sparsi? Quanto saremo enormi? Dove si troverà quello che un giorno è stato il pezzo del nostro fegato o della bile o del cervello? Dove si disperderanno i ventun grammi della nostra anima? Quale vibrazione viaggerà oltre tutta questa immobilità, portando con sé il ricordo di noi?»

Allusioni, illusioni e delusioni si rimescolavano come fossero nel cavo dell’onda che vidi arrivare, più grossa delle altre, ad agguantare almeno quindicimila dei granelli di sabbia già spostati dal vecchio Battigia che senza scomporsi troppo disse: «Fa sempre così… quando vede che sto vincendo, fa sempre così. Un giorno finirà anche lui. Purtroppo, finirà anche lui. Ma intanto, non si rende conto di quello che sta facendo».

Parlava del mare come avesse una coscienza propria.

Cosa aveva scoperto che gli altri, noi altri, ancora non sapevamo?

Forse non si trattava di un racconto immaginario, forse aveva davvero vissuto in un mondo perfetto, parallelo e nei suoi giringiro, come li chiamò lui, aveva scoperto l’essenza, il senso, lo spirito che muove tutte le cose: le onde, il vento, il tempo, la fiamma che brucia nell’anima di chi non si arrende, di chi crea un’opera d’arte o di chi mette al mondo una nuova vita.

Il divino di cui aveva parlato era forse l’incarnazione di ancestrali paure che hanno fatto nascere gli Dei negli abissi, nei vulcani, nella guerra, nei cieli?

Aveva forse incontrato il Dio dei mari, Nettuno e lo stava sfidando?

Avevo forse preso un colpo di sole e stavo passeggiando a braccetto con la sua pazzia?

La domanda che mi ero preparato, con cura e razionalità, stava ancora ronzando nella mia testa ma non trovò voce.

«Un giorno, tutto finirà. Ma io non voglio. Lui non si rende conto di tutto quello che distrugge, frantuma e polverizza. Io invece tengo il conto di tutto quello che sono riuscito a salvare. Con la sua romantica indifferenza ci sta solo portando più velocemente alla fine. Io salvo il ricordo di una montagna in ogni singolo granello. La memoria. Lui invece, di una montagna, ne ha fatto un uniforme disordine che chiunque può calpestare».

Così dicendo, la mia reazione fu di guardarmi i piedi e sollevarli leggermente come fossero solamente appoggiati, con rispetto.

Pensai a quante diverse obiezioni si potessero fare per smontare il discorso del vecchio ma mi resi conto che non avrei fatto altro che comportarmi come il mare.

Quello che invece intesi, forse l’unica cosa, fu che avrei dovuto fare come ha fatto lui con i granelli di sabbia: conservarne il ricordo.

Avrei pensato alla storia della sua vita, ritrovandomi un’inutile mattina fermo in un porto.

Avrei visto il suo tentativo di mantenere il ricordo di un amore perso per sempre, osservando l’impegno di un bambino nel costruire un castello di sabbia.

Avrei tenuto con me l’immagine di quel vecchio, perdendo tempo a guardare un orologio a cucù, scandire i secondi di un non più così infinito, tempo.

In questa mia nuova consapevolezza e con la speranza di averci capito qualcosa, fui contento di non avergli fatto alcuna domanda che chiaramente, col senno di poi, sarebbe risultata alquanto superflua.

Bastò ascoltarlo. Dedicargli del tempo.

La mia irrequietudine in quel piccolo paese di pescatori fu placata da una ritrovata pazienza.

Battigia nel frattempo, continuava a spostare, contare, ricordare senza più parlare.

Entrambi sapevamo che non sarebbero servite altre parole.

Entrambi, nel proprio ragionamento, avremmo trovato un senso.

Passammo diverso tempo seduti uno accanto all’altro avanzando, di tanto in tanto, per recuperare la marea che stava scendendo. «Quando vede che sto vincendo, si ritira. Codardo – disse, poi aggiunse – Quella è la tua nave».

Alzai lo sguardo e vidi una barca con tre grandi vele bianche entrare nel porto.

Era bella e forte. Sapeva di posti lontani.

Mi alzai e prendendo coraggio, gli risposi: «Si, credo anch’io. Domani andrò a sentire per imbarcarmi. Chissà se la ritroverò se dovessi capitare di nuovo qua… Ma mi ricorderò di lei. In mare aperto l’unica cosa che potrò contare saranno le stelle. Conterò quelle.»

Lui, stralunato ed esterrefatto, rispose: «Che inutile spreco di tempo! Chi mai si metterebbe a contarle! È da stupidi… sono lì, immobili. Non puoi neanche spostarle… Se un giorno dovessi impazzire e vorrò contarle le troverò ancora lì!».

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