Il citofono cinquantacinque

di Sara Gavioli

Di sicuro c’era un buon motivo. Un tempo lo aveva saputo, ne era certa, ma ormai quel ricordo era sparito come il resto. Ogni tanto anche il suo nome aveva un suono strano e si sentiva molto confusa, però poi il senso tornava. Il perché dovesse premere il pulsante del citofono cinquantacinque, invece, non tornava mai.

Eppure ci teneva. L’idea evocava un certo calore, quindi doveva essere importante. Lei scendeva in ascensore mentre le altre persone scorrevano intorno; non le guardava nemmeno, si piazzava lì e basta. Prima suonava a lungo, lasciando andare solo ogni tanto, poi iniziava a farlo con piccoli intervalli.

Le tornava in mente al risveglio, come un dovere al quale non poteva rinunciare. E per fortuna che c’era, quel dovere, altrimenti non avrebbe avuto una ragione per lavarsi, vestirsi, uscire. Si svegliava, apriva la finestra e si preparava per il solito percorso fino al portone.

La faccia del portinaio era uguale ogni giorno, grazie al cielo. Aveva quel naso enorme così particolare, i capelli neri neri e ispidi, e sorrideva, nel vederla. Sembrava felice. Poverino, forse non c’era del tutto con la testa; non era normale, essere sempre così allegri. Ma beati i folli, pensava lei, e si metteva a suonare.

Nessuno la interrompeva, anzi, la lasciavano fare senza disturbarla. La schivavano, persino, vedendola impegnata. Forse alcuni non capivano e si preoccupavano un po’, lo aveva notato, non era certo una cretina, ma non le interessava. Tanto, se ne dimenticava sempre. La tendenza all’oblio era una benedizione.

Anche quel mattino si ritrovò di fronte ai pulsanti, vestita di tutto punto e profumata. Si annusò la pelle della mano per un secondo e ridacchiò: aveva messo il profumo buono, che sapeva di violette. Poi alzò gli occhi sulla pulsantiera. Già, ma perché doveva suonare proprio al cinquantacinque? Il motivo le sfuggiva. Per un attimo pensò di fare il percorso a ritroso e rimase lì confusa, perché in genere si fa così, si torna sui propri passi se quello che si era pensato di fare è fuggito via. Dopo però si arrese e suonò. Prima pigiò a lungo, per essere certa di farsi sentire bene, poi con dei colpetti veloci. E a lungo ancora.

Il portinaio si avvicinò camminando piano, fece un sorriso imbarazzato e si appoggiò al portone, fissandola. Le sembrò un po’ invadente. «Buongiorno, signora» disse.

Si girò a guardarlo, con il dito ancora sul pulsante. «Buongiorno» gli rispose.

«Che fa?»

Lei si fermò e guardò il vestito che stava indossando. Era indecente. Sembrava quello di una nonna: tutto sgualcito, largo, lungo, le pendeva intorno. Doveva aver sbagliato. Poi ricordò di essere vecchia. Tornò a guardare il ragazzo e fece per parlare, ma non le venne nulla da dire.

«Ha bisogno di una mano?»

«No, no» rispose lei in fretta. «Ce la faccio, grazie.»

«Eh, ma…» Il portinaio schiarì la voce e si dimenò per trovare un’altra posizione. «Sa, è che qualcuno si è lamentato.»

«Lamentato? Di cosa?»

«Del rumore. Per il citofono, sa?»

«Ah.» Sulla pulsantiera c’era di nuovo la sua mano, quindi la lasciò cadere. «Ho capito.»

«Bene.» Stava per andarsene, ma lei tornò a premere. «No, signora. Non deve.» La bloccò afferrandole un polso.

Questo la fece infuriare. Come si permetteva di toccarla? Si scostò e rischiò di cadere dal gradino, sul marciapiede, ma lui la trattenne.

«Mi scusi» le disse. «Però non può suonare così.»

Il vestito era proprio scomodo, la intralciava. Sgambettò convinta, rischiò di cadere ancora. «Si può sapere cosa vuole da me?»

«Signora, non è colpa mia, si sono lamentati. Io faccio solo il mio lavoro, non può suonare ogni giorno così, dà fastidio.»

«Fastidio?»

«Sì. Fa troppo rumore.»

Con la fronte aggrottata, come se spremesse il cervello per ricavarne qualcosa, lo guardò negli occhi. «Non so di cosa parla. Chi è lei?»

«Sono il portinaio, signora. Ci vediamo ogni giorno. Si ricorda?»

Non ricordava. Certo, sapeva che quel ragazzo non era proprio uno sconosciuto, ma per un po’ il suo ruolo le sfuggì. Tornò di colpo e la fece ridere. «Ah, ma certo!»

«Ecco, però mi ascolti, non può suonare per tutto il giorno. Gli altri si arrabbiano con me.»

«Suonare?» chiese lei, disgustata. Non capiva proprio nulla di quel che il portinaio diceva, doveva essere ubriaco.

«Suonare, sì. Al citofono. Ogni mattina suona per un sacco di tempo, ma non si può fare. Non ce n’è motivo. Cosa pensa che succeda, suonando al suo citofono?»

«Il mio?» Senza capire perché, si sentì delusa. «È il mio?»

«Sì, signora, è il suo. Il cinquantacinque.»

Guardarono entrambi il numerino scritto accanto al pulsante, che per qualche secondo sembrò suggerire una risposta: c’era qualcosa, lì sopra. C’era stata, un tempo, la voce che seguiva al suo premere. C’era… no, niente, era già fuggita. Guardò ancora il ragazzo, quel suo sopracciglione così buffo.

Lui le mise un braccio intorno alla vita, la spinse con delicatezza e la guidò dentro. «Venga con me» disse, e lei si fece portare. 

La accompagnò in ascensore e diede una mano a ritrovare le chiavi. La salutò con una strana espressione di sollievo sulla faccia, e fu sola.

Si tolse le scarpe perché le facevano un po’ male i piedi, indossò le ciabatte e respirò a fondo. Pensò di prepararsi un tè e andò in cucina a piccoli passi, mentre la giornata proseguiva senza toccarla.

Il mattino dopo, il portinaio fischiettava nell’androne. Gli piaceva farlo; ogni tanto lo beccavano e allora smetteva subito, ma quel giorno era sabato e alle sette non scendeva nessuno. Stava cercando di azzeccare la musica che aveva in mente, quando vide la vecchietta passare con quel suo vestito svolazzante.

«Buongiorno» disse lei tutta fiera, e andò a piazzarsi di fronte ai pulsanti.

3 pensieri su “Il citofono cinquantacinque

  1. Mi è piaciuto, è proprio vero che i folli credono che i folli siano gli altri…e questo ci mette tutti sullo stesso piano, a pensarci bene: chi può dire chi è cosa?
    Bello, brava, il racconto è delicato, si sente l’affetto che hai voluto mettere nelle descrizioni della protagonista che ha sprazzi di lucidità quando si rende conto che il suo vestito non è decoroso, per esempio.
    Mi è piaciuto anche il “gioco” che sei riuscita a realizzare suggerendo che la vecchina si è persa e pensa di ritrovarsi suonando al suo campanello: sottile!
    A mio gusto, se posso farti anche un appunto, toglierei le virgole prima delle congiunzioni.

    Piace a 1 persona

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...