Findus

[breve memoria di un bastone da passeggio alquanto snob]

di Ugo Mauthe

Mi chiamo Findus ma non sono un bastoncino di pesce. Sono un bastone da passeggio. Mi hanno chiamato così per fare gli spiritosi quando mi hanno consegnato, incartato e infiocchettato, alla signora cui sono stato regalato tempo fa. Spiritosi non saprei quanto, a me non è mai venuto da ridere e nemmeno sorridere e neanche alzare di un millimetro gli angoli della bocca che non ho, però alla fine mi sono abituato e quindi vada per Findus.

Sono normolineo e normoligneo, sono terribilmente normo in tutte le mie cose quindi è probabile che sia anche noioso oltre il normo, aggiungete pure che sono prolisso e pignolo e avrete il bastone da passeggio più antipatico della storia. Ma siccome questa è la mia di storia, ne faccio quello che voglio. E voi sentitevi liberi di fare altrettanto.

Adesso che ho messo questi importanti paletti di reciproca libertà – la mia libertà finisce dove comincia la tua, si diceva una volta – iniziamo pure.

Ma da dove potremmo iniziare? Direi dal portaombrelli in cui sono confinato. Uno squallidissimo portaombrelli! A me, quei bellissimi portabastoni, che quando sono al completo ricordano quel nobile, raffinato strumento che è l’arpa, ecco, quegli eleganti portabastoni a me non sono concessi. Il portaombrelli sì, invece.

Ha vantaggi e svantaggi. Parto dai vantaggi giusto per levarmi il pensiero: nessuno.

E ora riparto dagli svantaggi. Primo: ho quasi sempre il puntale all’umido, meno male che è di robusta gomma di ottima qualità altrimenti l’umidità risalirebbe fino all’impugnatura e sono certo che mi farebbe marcire prima del tempo, nonostante il mio buon legno di faggio ben lavorato. Quando ero ancora un semplice legno ero indeciso fra il diventare una chitarra o un bastone, poi ho scelto la seconda carriera perché mi è sembrata più concreta, più solida e forse con qualche appoggio in più. È vero che una chitarra può diventare lo strumento di un mito alla Segovia o alla Williams ma è molto più probabile che resti appesa nella camera di qualche adolescente strimpellatore e che abbia il suo unico momento di utilità, dire notorietà sarebbe esagerato, su qualche spiaggia in una sera d’estate, della serie noi il mare e una chitarra che suona romantico però suona maluccio e poi comunque smette presto di suonare per fare altro. No, non mi sentivo fatto per una vita così: con l’arte si rischia sempre di fare la fame, poi se uno tira troppo la corda finisce che qualcosa si spezza e ti ritrovi dentro un cassonetto della spazzatura, completamente scordato, sia per le corde che per la memoria.

Molto meglio seguire i passi più tranquilli e prevedibili di un bastone da passeggio.

E così feci. Fui levigato, laccato e accessoriato: puntale antiscivolo di gomma di prima scelta ed elegante impugnatura derby rivestita di vera pelle, che garantisce una buona traspirazione e al contempo una presa sempre salda e sicura: Sempre-Salda-Sicura, le tre S che costituiscono il mantra del mio mondo, “Sempre Saldi e Sicuri” è praticamente il nostro motto.  Suona bene, che vi sembra? Sa tanto di Benemerita.

Tornando ai difetti della sistemazione in portaombrelli. Il puntale è quasi sempre all’umido e aggiungerei al buio, spesso in una fanghiglietta schifosetta che si secca da sola a meno che non ripuliscano, cosa che succede raramente. Quando piove poi, sembra di stare a Venezia con l’acqua alta, solo che non ci sono passerelle. Il portaombrelli, che è un tronco di cono rovesciato, ha l’esterno decorato – ma che coincidenza! – con immagini di Venezia impaginate dentro delle nuvolette azzurrastre su fondo nero: fumetti d’artigianato locale, che mostrano una gondola, un San Marco, un Rialto, una coppia di maschere disposte a ventaglio, un alato Leone di San Marco e un Ponte dei Sospiri. Praticamente un tour completo della Serenissima in un portaombrelli e, continuando a francesizzare, un souvenir sinceramente un petit peu de merde, che suona più elegante.

I rapporti con i vicini sono di tipo condominiale, cioè inesistenti.  Da quando sono a casa, i miei vicini sono solo ombrelli, dei tipi tendenzialmente piuttosto chiusi con cui è praticamente impossibile scambiare due parole, e quando ci provo sembra che oltre che idrorepellenti siano anche logorepellenti. Io sto cominciando a trovarli repellenti e basta, perché quando rientrano non è che si scrollano un momento prima di infilarsi nel portaombrelli, nossignore, entrano più zuppi di un cane inzuppato e con gli spicchi belli larghi perché nessuno li chiude come si deve e potete scommetterci che in un attimo mi ritrovo umido dalla derby al puntale, oltre che immerso nella fanghiglia alta. Un fastidio!

Però devo fare buon viso – che non ho – a cattiva sorte, che invece ho: antipatica asimmetria, perché è proprio per la cattiva sorte che sono finito qui dentro invece che starmene tranquillo appeso per l’impugnatura a quell’elegante tavolino art nouveau in ingresso, il punto giusto per essere sempre a disposizione, con il puntale rilassato e riposato invece che stressato e umidiccio come adesso, e va be’, finisce che mi ripeto.

Dunque, dov’ero rimasto? Ah sì, alla cattiva sorte.

Eh sì, perché non vi ho ancora detto la cosa più importante, almeno per me. Mi sono rotto. Sì, nel senso che intendete voi, cioè quello della pazienza esaurita ma anche nell’altro senso, meno figurato e molto più fratturato: infatti mi sono fratturato l’asta e adesso sono a riposo con la paura che non passeggerò più perché noi bastoni siamo come i cavalli purosangue: se ci rompiamo non torniamo più come prima, per quanto possano curarci con amore.  Siccome sono un regalo molto gradito non sarò abbandonato nell’indifferenziata, probabilmente mi terranno qui o in qualche altro angolo della casa – ogni angolo sarà più accogliente del portaombrelli souvenir. Mi piacerebbe molto se mi tenessero disteso su quel mobile antico dove sono appoggiati alcuni cimeli di famiglia, per esempio lì c’è un liuto di pregevole fattura, credo che fra uno che sognava di fare la chitarra e un liuto ci possa essere una certa intesa; ci sono anche alcuni piccoli oggetti personali, come un antico portasigarette con dedica e la cassa di un orologio d’epoca. Ecco, quello è un posto della casa dove non mi dispiacerebbe trascorrere il tempo di questa pensione purtroppo forzata e anticipata.

In attesa che mi tributino il riconoscimento che mi spetta in quanto colonna, sia pure sottile, della matriarca di casa, mi devo accontentare di questo terrificante serenissimo portaombrelli: è come abitare in un seminterrato umido, proprio a Venezia, dove i seminterrati non esistono ma ci sono i semiannacquati.  Ecco, io vivo in un semiannacquato.

Per far passare il tempo e forse per consolarmi un po’ ripenso spesso a quando mi sono rotto. Se vivessi in una società più disponibile e aperta di questa accozzaglia di ombrelli, sono certo che racconterei questa storia a tutti più e più volte con la sicurezza che tutti, per rispetto e deferenza, la ascolterebbero ogni volta come se fosse la prima volta, con stupore e ammirazione. Ecco come andò.

La matriarca arrancava con residuale maestosità per il marciapiede che porta dal coiffeur, del quale madame è habitué e dove la servono con la dovuta attenzione, alla caffetteria dove l’accolgono sempre con i dovuti onori. Io ero, come sempre, orgogliosamente e impettitosamente al suo fianco. Sentivo la stretta disomogenea e non troppo salda delle sue dita tunnel carpalizzate ma ci ero abituato. Non avevo ricordi con cui confrontare quella presa con altre, lei era stata la mia prima padrona e, se avevo iniziato a capirla, non avrebbe rinunciato a me se non per cause di erculea forza maggiore. Camminavamo a passi che riuscivano a essere incerti e tracotanti allo stesso tempo: tutto era tremante e il puntale veniva sollecitato a torsioni degne di un provetto yogi. La mano tremula trasferiva il tremore dalla derby all’asta ma la proverbiale mancanza di elasticità del legno di faggio affrontava questa prova con collaudata e noncurante resistenza. Per un bastone da passeggio come me questa era una passeggiata, non una marcia forzata. La matriarca incedeva e io non cedevo, una collaborazione che faceva di noi una coppia inarrestabile. Lastra di selciato dopo lastra di selciato procedevamo, facendo io la massima attenzione a che la mano tunnel carpalizzata non infilasse il puntale in qualche micidiale fessura aspirante trappola. Madame non era consapevole delle infinitesimali correzioni che imprimevo alla sua incerta impugnatura riuscendo ogni volta a poggiare il puntale in una zona sicura, dove la gomma poteva fare la massima presa e noi fare un altro passo in massima sicurezza. Fessura dopo fessura, lastra dopo lastra. All’età quasi centenaria di Madame una lastra era poco più piccola dell’altopiano della Mongolia e una fessura era imparentata con la Fossa delle Marianne, questo per dire che senza il suo fido Findus, come affettuosamente mi chiamava, senza il suo fido Findus l’anabasi quotidiana sarebbe stata impossibile.

E nei panni di Senofindus, io novello Senofonte racconto per tramandare dalla prigionia del portaombrelli portaricordi le ragioni della mia degenza, che sembra una reclusione ma che prima o poi diventerà, spero, una dorata pensione.

Madame stava scalando il gradino della caffetteria usandomi come una picozza, e cozza di qua cozza di là ero riuscito a farle puntare il puntale nell’angolo interno del gradino, dove alla presa della mia gomma di prima scelta si sarebbe aggiunto l’accogliente alveo della geometria solida del marmo scadente del gradino.

Oh issa ansimava Madame. Usava questa espressione plebealmente facchinaria, che ancora oggi mi sembra decisamente fuori luogo per una come lei. Se avessi potuto le avrei suggerito qualcosa di più elegante, come un semplice et voilà a commento del felice superamento dell’ostacolo, che sarebbe suonato trionfale senza strafare e sicuramente auto gratificante molto più di quel volgare Oh issa. Eppure a lei piaceva ohissarsi e per riuscirci faceva forza sulla derby, che a sua volta distribuiva il peso sulla canna che lo ripartiva sull’ampia ed elastica superficie del puntale che, puntuale, ricambiava sotto forma di affidabile e solido punto d’appoggio. Questo è il mio lavoro, niente di più niente di meno, sempre saldo e sicuro ma nella esse c’è purtroppo qualcosa di sfuggente, di scivoloso. E io scivolai.

Avrei voluto arrivare all’accogliente e rassicurante convergenza angolare del marmo, che avrebbe garantito l’appropriato appoggio per l’ohissamento, fornendo al puntale una sorta di temporaneo esoscheletro marmoreo che avrebbe rinforzato la sua fulcrea azione. Ma non doveva andare così. C’era qualcosa di volgarmente spiaccicato sul marmo, non ho ancora capito cosa poteva essere, ma nell’istante in cui la gomma del puntale ci atterrò sopra decollammo in due, Madame e io!

Sentii venir meno la presa tunnel carpalizzata, mentre contemporaneamente veniva meno anche l’integrità dell’asta. Il crack mi percorse fino all’impugnatura come una profonda pugnalata. Stessa terrificante velocità e stesso andamento di piede di porco che s’insinua fra le venature come una leva per separarle le une dalle altre, allargando corsie di fragilità che per la frattura che il crack trasportava erano come sgombre autostrade.

E Madame? Non era sola la signora. La sua dama di compagnia, un po’ domestica un po’ badante, la sosteneva dal lato opposto al mio. E così Madame non cadde: si piegò come una nave seguendo la traiettoria impazzita che la scivolata mi aveva impresso ma fu subito raddrizzata dalla dama che tirò come un rimorchiatore, riuscendo a evitare che il maestoso bastimento chiamato Madame si arenasse su quegli scogli gradinati. Io giacevo fratturato di traverso sul gradino, la dama senza il Ma mi diede un colpetto con la punta della scarpa per togliermi di mezzo, in modo che Madame non rischiasse di scivolare posando il piede su di me, finii per ritrovarmi parallelo alla base del gradino riscontrando che la scalinata era molto pretenziosa e molto poco pulita. Mi sarebbe piaciuto levarmi da quella sporcizia ma fratturato com’ero non potevo muovermi. Non chiedetemi come avrei fatto a muovermi se non fossi stato rotto, non ho alcuna intenzione di dirvelo, perdereste solo tempo.

Vidi Madame allontanarsi gradino dopo gradino, ben sorretta dalla dama di compagnia poi scomparvero dentro l’elegante Caffetteria di cui quella gradinata era il pretenzioso ingresso. Ero solo!

Ero solo e disteso lungo la sporca base del gradino, con il puntale insozzato da quella schifezza viscida che mi aveva fatto scivolare e l’asta, la mia bella asta di faggio ben lavorato, fratturata circa a metà della sua lunghezza: una frattura grossolanamente longitudinale di vari centimetri. Sentivo l’aria circolare nella fessura che si era aperta nel mio legno. Se qualcuno mi avesse raccolto senza fare attenzione ero quasi certo che la metà inferiore dell’asta sarebbe rimasta a penzolare come una lancetta fuggita da un orologio, per poi staccarsi e cadere. E allora, addio Findus, addio “Sempre Saldi e Sicuri”!

Che triste fine, pensavo, da bastone da passeggio a legna da ardere, anzi nemmeno quella perché Madame non possedeva un camino e certamente non si sarebbe data la pena di portarmi in un posto dove avrebbe potuto darmi un’onorevole cremazione. Sicché rischiavo di diventare un semplice rifiuto e siccome non esiste il cassonetto per il legno sarei stato gettato nell’indifferenziata.

Io, io nell’indifferenziata! Ma vi rendete conto! Tutta questa indifferenza dopo aver servito con scrupolo e dedizione, sempre pronto a sostenere, perfino durante l’interminabile cerimonia dei saluti che seguiva ogni incontro nel corso principale o al mercato o al supermercato o anche nella piazza della chiesa. Per non parlare della fatica di essere sempre saldo e sicuro sul bagnato, sul fogliato marcito, sugli scivolosissimi pavimenti appena lavati, come saloni di banche, androni di palazzi, ingressi di negozi. Ah, i negozi! Madame spesso mi sollevava, forzando la presa tunnel carpalizzata, per protendermi come un immenso dito indice, puntato su una vetrina o sulla copertina di una rivista all’edicola. Ma non si limitava a questo: mi protendeva anche all’indirizzo di qualcuno colpevole di un comportamento che riteneva sbagliato o maleducato o anche solo discutibile. Qualcosa da segnalare in pubblico per un pubblico scandalo, per una pubblica esemplare gogna, con un gesto che aveva un che di minaccioso perché un bastone da passeggio brandito in quel modo, sia pure da un’anziana e fragile signora, conservava sempre un che di minaccioso e in effetti sono un’arma, anche se appropriatamente definita impropria.

Un’indifferenza e un’indifferenziata del tutto immeritate, perdonate se me lo dico da solo.

In realtà lo sto dicendo a te che leggi, approfittando della strana magia che permette alle parole scritte di risuonare nella mente del lettore come voci vere. Miracoloso, vero?  E un miracolo in effetti ci fu. A un certo punto sentii una delicata pressione nel punto fratturato, come se qualcuno stesse cercando di ricongiungere i lembi del taglio che mi attraversava nel senso della lunghezza, poi venni sollevato con attenzione, sempre con quella rassicurante pressione sulla frattura: senza di lei una metà di me sarebbe senz’altro miseramente caduta, brrr, non riesco a togliermelo dall’impugnatura, e visto che mi hanno chiamato Findus un brivido ci sta.

Poco dopo fui trasportato all’interno della caffetteria e adagiato sul tavolo di Madame, che mi guardò con quei suoi occhi neri come il carbone e un po’ stanchi ma ancora capaci di infondere un non so che, un non so che che mi s’infuse per tutta la mia lunghezza, mentre qualcuno si dava da fare intorno alla frattura, per ricomporla alla meglio. I ricordi si fermano qui e ripartono con il risveglio nel serenissimo portaombrelli souvenir, con la frattura bloccata da una fasciatura e la sensazione di avere un bel po’ di colla in venatura. Una brutta avventura che mi ha cambiato la vita, perché noi bastoni da passeggio, l’ho già detto, siamo come i purosangue da corsa: se ci incriniamo non serviamo più a niente, dopo di che dipende tutto dal padrone che ti è capitato. O ti fa fuori nell’indifferenziata o ti ripara e ti conserva come un ricordo. Ecco, sono diventato un souvenir anch’io, nel portaombrelli souvenir, ma il mio futuro è là, sul tavolino antico accanto al liuto. Spero sempre in Madame e ogni volta che passa di qui con il suo nuovo bastone da passeggio cerco d’incontrare ancora lo sguardo dei suoi occhi neri, in fondo lo so di essere un regalo molto gradito, non può gettarmi via.

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